Perfezionando…

Quando l’immaginazione supera la realtà. Vita e carriera di un orgoglio calabrese.

Legato a questa terra da 61 anni, oggi con piacere scrivo quattro righe per parlare o meglio per narrare come una persona qualunque si è fatta onore e ci ha fatto onore troneg-giando dove altri prima di lui sono diventati leggende in ambito cinematografico. Scrivo anche perché qualcuno mi ha dato la possibilità di farlo e ringrazio per la fiducia.
Signori… parliamo di un certo Marcello Fonte, udite udite, miglior attore prota-gonista al Festival di Cannes, festival dove prima di lui sono stati protagonisti attori del calibro di M. Mastroianni, M. Brando, G.M. Volontè ed altri mostri sacri. Non male per uno che sognava l’arte da una cantina.
Marcello Fonte è il protagonista di “Dogman”, film di Matteo Garrone, uno dei pochi geni rimasti in campo cinematografico. Fonte in una delle tante interviste dice: «oggi mi piace vivere nei film perchè la vita è troppo difficile, la realtà mi ha stancato».
Marcello Fonte, nelle vesti di Asino, nel film che ha scritto e diretto (presentato peraltro al Locarno Festival), parla sempre con asini e galline, proprio come lui faceva nella realtà con il cane Bechi, e come accadeva con i cani di cui si prendeva cura in Dogman. Fonte si salva così, attraverso un’immaginazione che gli permette di riscrivere la realtà.
La sua storia ha un che di favola di neorealismo ancora vivo; a raccontare la storia di Marcello Fonte si rischia di sconfinare nella banalità ad ogni riga, ad ogni parola.
Cresce davvero in una discarica in fondo alla Calabria, nel fondo di una punta di uno stivale mai omogeneo: una infanzia che è già un film. Quel bambino piccolo di statura e sempre sporco dello sporco di cui gli altri si liberano in una discarica. La solitudine è primaria, i giocattoli veri pochi, e allora il piccolo Marcello comincia ad inventare il suo mondo, parla con Dio che però confonde con il proprio io, un Dio senza “D”. Quando racconta di quel bambino lo fa con gli occhi leggermente lucidi, come se stesse raccontando di un personaggio. Racconta di quando è stato investito da una 112 per un pezzo di pizza con le olive men-tre attraversava la strada. Poi il coma di tre giorni e la sua frase al risveglio: «voglio morire».
Il bambino nonostante tutto cresce (non troppo, ma cresce!) col tamburo che suona nella banda del paese, al posto del filicorno che i suoi genitori non sono riusciti a comprare. A Roma il fratello fa lo scenografo: li lo raggiunge per uno spettacolo, e serve un musicista di strada per tre giorni. Quei tre giorni durano ancora oggi, vent’anni dopo, come eroe perdente in Dogman, come attore ignorato in Italia ma prima stella a Cannes. «La mia vita è il cinema» ha detto allo scorso Festival di Cannes, ritirando, emozionato, la Palma d’oro per il migliore attore. Dovevamo aspettare il festival francese per riconoscere il talento che non eravamo riusciti a vedere, e quel momento Marcello Fonte se l’è goduto fino in fondo. Dopo l’urlo di Benigni «Marcellooo!», l’attore ha esitato un i-stante prima di salire sul palco. Afferma: «Pensavano che non avessi capito ma invece io volevo godermelo. La vita è piena di cose brutte. “Facciamolo durare un po’ di più” mi sono detto. E ho contato fino a tre».
La sua storia però non è solo quella di una lunga gavetta, ma un percorso di re-sistenza morale a una vita che non sempre gli ha sorriso. Ultimo di cinque fratelli, Marcello Fonte ha vissuto la sua infanzia ad Archi, periferia nord di Reg-gio Calabria. «Vivevamo nelle baracche e quando pioveva la pioggia sulle lamiere mi faceva venire in mente gli applausi». Con un passato da scout all’età di dieci anni ha imparato a suonare il rullante, esperienza che io personalmente considero scuola di vita. Tanto che attualmente in molti dei nostri paesi esiste questa, chiamiamola pure, tradizione, di mandare i nostri bambini a suonare questo strumento, che in un certo senso è il battesimo di presentazione di un futuro uomo alla società degli uomini “grandi”. Un cerchio si chiude ed uno si apre; le storie non sono nostre ma vanno condivise. Della sua si doveva fare un roman-zo e invece è diventata un film. Crescere in una discarica con un’immaginazione capace di trasformare delle gocce sul tetto in applausi, una maniera di vedere il mondo che è possibile solo se, come ha dichiarato: «Chi l’ha detto che gli asini non volano? Se ci credi li vedi». Dice di lui Matteo Garrone: «È il fantasista della squadra, con il suo tocco chapliniano ha portato grande umanità».
La Palma d’oro di Marcello Fonte è di tutti, la porterà al Nuovo cinema Palazzo, magari accanto al ritaglio di giornale che gli ha fatto più piacere, non il Guardian o Le Monde, ma la Gazzetta del Sud. Per una volta, dice, della sua (nostra) Calabria si parla perché vince.
P.S.: grazie Marcello.

A cura di Mario Mancuso

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