Padre Fedele, “povero tra i poveri”, si racconta ad Alba Novella.

«Dal sogno di diventare calciatore a Frate per aiutare gli ultimi»

Padre Fedele ha da poco festeggiato 81 anni, ma conserva ancora la forza e la volontà d’animo, che lo hanno sempre contraddistinto anche nei momenti più bui, per aiutare il prossimo. In una intervista fiume ci ha raccontato la sua infanzia, la nascita della sua vocazione, le sue missioni in Africa e nella sua Cosenza, con un pensiero sempre rivolto agli ultimi, ai poveri, agli ultrà e al Cosenza calcio, suo grandissimo amore. Da ultimo sogna di poter realizzare una struttura, per la quale grazie all’aiuto di persone generose ha già gettato le fondamenta, rivolta all’accoglienza di disabili e persone vulnerabili. E ne approfitta per ricordare alla città che: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avrete fatto a me. Mt 25, 40».

Ci racconti brevemente com’è iniziata la sua opera a favore dei più bisognosi
Anzitutto devo ringraziare il Signore che mi ha trasmesso questo amore per i poveri, concretizzato e rafforzato da mia madre. Perché io sono orfano, mia madre è morta a 32 anni quando io ne avevo sei, mio fratello quattro, l’altro fratello due e mia sorella sei mesi. Però quelli che l’hanno conosciuta – io ricordo soltanto quando l’ho baciata in punto di morte e poi non ho nessun ricordo, tutti i ricordi me li hanno riferiti – mi hanno detto che accoglieva in casa tutti i poveri. Di fronte l’Oasi Francescana c’è un povero raffigurato, ecco quello è stato il primo povero che mamma ha accolto in casa. E il Signore, però, mi ha dato questa grande missione che porto avanti tutt’ora. Non è un lavoro per me, ma è una cosa bella: è come invitarmi a una partita di calcio – sai che sono un grande tifoso – e per me i poveri sono tutto.

Ricostruiamo le tappe del suo cammino: dal 1950 a oggi
Non avevo la vocazione di fare il frate, ma quella di fare il calciatore. Quando è morta mia madre mio padre si vide solo e disperato. Io avevo sempre un carattere focoso, ero il capobanda di quei giochi che si facevano al tempo: rubare i fichi dagli alberi, andare a fare scorribande, rubare le calzette che si usavano ai tempi per costruire i palloni. Proprio il calcio per me era una cosa molto interessante, senonché papà pensò di portarci in convento dai Frati Cappuccini. Nelle sue intenzioni avrebbe voluto portare tutti e tre i figli maschi, ma accolsero solo me perché più grande e più avanti con la scuola avendo fatto il salto dalla quarta alla prima media. Gli altri due li avrebbero mandati in cucina, ma papà voleva non smettessero di studiare.
Papà mi disse, allora vuoi andare in convento? Lì si studia, ma si gioca a pallone. Questa frase mi fece sgranare gli occhi e lui fece l’elogio del pallone. Gioca oggi gioca domani, Gesù ha vinto la partita perché studiavo e ottenevo risultati, leggevo molto. Tre sono i personaggi che mi hanno influenzato: Sant’Agostino, San Paolo e San Francesco di Assisi, che mangiava sulla stessa scodella dei lebbrosi. Allora papà successivamente decise di emigrare con tutta la famiglia in America e mi chiese di raggiungerli, ma dissi di no perché mi ero già innamorato e allora in quel momento entrai in mano a Gesù Cristo. Da qui inizia la mia vocazione, sono stato un “chiamato dopo”. Nella mia idea partivo già da allora Missionario. E quindi rimasi in Calabria, iniziai il noviziato, feci il curriclum scolastico al liceo interno, poi la teologia e nel ‘64 presi messa a Napoli. Successivamente mi licenziai in sacre scritture in Laterano, mi laureai in Lettere all’Università Cattolica di Milano.
Pensavo di insegnare e invece dalla laurea venni destinato a una frazione di Acri, la Montagnola, che non aveva mai visto un sacerdote, non c’era la Chiesa, non c’era l’elettricità. Subito decisi di fare uno sciopero a favore dell’elettricità e il 25 di gennaio organizzai una manifestazione. Ma nessuno ci credette. I giorni precedenti mentre celebravo la messa all’interno di una scuola avevo due ragazzi che mi spiavano, ma nessuno veniva realmente a messa, eccetto le donne anziane. Mi domandai perché e mi risposero che gli uomini andavano nelle cantine. Chiesi di portarmi alle cantine, giocai con loro a carte – mai visto un monaco nelle cantine – e dissi se vinco io venite a messa, se vincete voi vi dò una bottiglia di vino. Vinsi la partita e la domenica successiva tutti gli uomini vennero a messa e cantarono la canzone: “Un miracolo devi farci, devi darci la luce”. Feci un manifesto che ricordo ancora: “Incredibile, ma pur vero: i miei parrocchiani sono senza acqua, luce e gabinetto”.
Tutta la popolazione mi seguì, fu una manifestazione favolosa. Il Paese era comunista e quindi si fece una rivoluzione! Dopo 10 giorni arrivarono i pali della luce. Oggi Montagnola è un paese fiorente.
Da allora in poi ho vissuto una primavera molto bella, dopo due anni ho realizzato un campo sportivo, la Chiesa. Addirittura ho iscritto la Montagnola alla Terza categoria, io ero centravanti.
Nel ’73 vengo promosso superiore ad Acri e anche lì mi sono dato da fare, ho portato le ossa del Beato Angelo in America. Dopo sette anni torno a Cosenza perché mi nominarono segretario delle Missioni.

Il suo rapporto con Cosenza come inizia?
Arrivato a Cosenza andai al campo sportivo, incontrai gli ultrà che inizialmente erano scettici. Poi sono diventati i miei figli. Loro con me e io con loro. Iniziò una bellissima esperienza perché presi i più facinorosi, Piero Romeo, Sergio Crocco alias Canaletta, Vincenzo Speziale alias Pastachina e insieme realizzammo la mensa dei poveri a Corso Mazzini e lì i ragazzi mi seguivano. Tutte le manifestazioni sportive erano fatte lì, quando c’era la partita li prendevo con il camioncino, andavo in trasferta, li aiutavo a fare le coreografie. E quindi i ragazzi stavano con me anziché andare in strada. Poi a un certo punto vollero venire con me in Africa, mi opposi in un primo momento, ma poi mi convinsero e portai Piero Romeo, Vincenzo Speziale, Sergio Crocco e Paride Leporace.
Lì erano incantati mentre ascoltavano le parole del vescovo. Dissi loro «perché a Cosenza non andate a messa?» perché qui c’è la povertà vera. Si innamorarono dell’Africa. Una volta tornati anche le fidanzate volevano partire con me. C’era una grande simbiosi perfetta con loro, mi consideravano uno di loro tanto da esporre uno striscione in curva, “Padre Fedele uno di noi”; i genitori erano contenti perché durante le partite a rischio ero sempre con loro. Amavo predicare il Vangelo con esempi di vita quotidiana. Combattevo la droga.
Cosenza è una delle poche città al mondo in cui si è coniugato lo sport con la solidarietà e quindi se adesso Sergio Crocco (con la Terra di Piero, n.d.r.) va in Africa è perché c’è stato questo pregresso. E di questo sono molto orgoglioso perché vuol dire che ho predicato bene. Noi abbiamo costruito tanto in Africa in questi cinquant’anni. Ho fatto tanto, ma grazie all’aiuto delle persone, io resto uno dei sacerdoti più poveri del mondo.

L’Oasi Francescana cosa ha rappresentato?
Adesso me l’hanno rubata per le vicende che sappiamo e ancora oggi ne soffro le conseguenze.
L’Oasi Francescana ha rappresentato un riparo sicuro per centinaia di poveri. Bastava una telefonata e andavo a raccoglierli. A quei tempi non vedevi un povero dormire per strada. Ho sempre accolto tutti, grazie anche alla generosità della mia gente.

Qualche dato sulla situazione della povertà a Cosenza?
La povertà a Cosenza è una povertà apparente oggi. Anche se ai tempi dell’Oasi Francescana non c’era nessuno che dormiva fuori. Bastava chiamarmi e andavo a raccoglierli!
Spesso mi è capitato che mi chiedessero aiuto ma poi non erano realmente poveri.
Morire di fame oggi a Cosenza? Non si muore, anche perché ci sono le mense.
Certo la questione abitativa c’è, ma anche lì è forzata. Ad esempio, ai nomadi sono state offerte le abitazioni per cui una vera emergenza abitativa oggi non si registra.
Ci sono famiglie disagiate, ma sono poche. I poveri veri sono molto pochi, si tratta più che altro di persone che vivono un grande disagio psicologico, una forte fragilità emotiva.
L’emergenza vera oggi, come ieri, a Cosenza è la droga…
Il 16 giugno scorso si è concluso positivamente l’iter giudiziario che l’ha vista coinvolto e possiamo dire che la giustizia ha vinto. Qual è la cosa più dolorosa di questa vicenda?
Avermi tagliato le mani come sacerdote: non posso predicare messa, fare confessione. Sono trascorsi due anni da quando la Cassazione ha dichiarato che il fatto non sussiste, ma ancora adesso non mi restituiscono ciò che mi hanno tolto. Questo è un dolore che porto nel cuore. Sono 13 anni che dormo male, non è tanto aver perso l’Oasi, ma sopportare il fango che mi è stato buttato addosso anche dai mass-media.

Il tema del perdono. Ho letto che ha perdonato chi l’ha “infangata”…
Li perdono perché Dio mi dà la forza, li ho perdonati all’epoca e anche in questo momento altrimenti non sarei un seguace di Gesù Cristo. Gesù ha detto: «Hanno perseguitato me e perseguiteranno anche voi, vi condurranno nei Tribunali e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi». E io credo che il Signore un posticino in Paradiso me l’abbia conservato, ma vorrei averlo anche sulla terra.

Quali sono le sue ultime missioni in Africa?
In Madagascar, in piena foresta, stiamo realizzando un grande dispensario. Abbiamo, recentemente, inviato un container che arriverà a destinazione il 7 dicembre. Noi, in sette, partiremo il 28 novembre, andiamo a controllare i lavori.

Cosa pensa della Chiesa di oggi?
La Chiesa oggi sta attraversando un periodo molto difficile, mi riferisco alla pedofilia, che è una cosa gravissima. E’ l’unico caso in cui Gesù ammette il suicidio.

Infine, il suo amato Cosenza calcio: cosa rappresenta e quale consigli si sente di dare alla squadra e alla società per tenere stretta la cadetteria?
Io sono un ottimista. Braglia è stato un condottiero che ci ha trascinato in serie B, sarebbe uno sbaglio enorme toglierlo a-desso. Stiamo giocando bene. “Sempre dovunque e comunque” noi cantiamo. Ancora adesso se facciamo due o tre risultati addirittura vinciamo il campionato!
Se il Cosenza gioca con la Nazionale metto sempre 1!
Padre Fedele ci saluta dicendoci che nella vita ha sempre gioito della felicità altrui.

 

A cura di Viviana Rosito

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