Quello che (non) abbiamo imparato

È l’operazione Xenia ad accendere i riflettori sul paesino di Riace, che, lo scorso ottobre, ha incendiato i titoli e le luci della ribalta con l’arresto del sindaco Mimmo Lucano, accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La sua vicenda, è tortuosa e complessa, ricca di vicissitudini diramatesi nel corso del tempo, le cui radici si affondano in un tempo in cui la figura del primo cittadino e le notizie in merito al borgo della Locride non erano, di certo, patrimonio comune, oggetto di riflessione, dibattiti, manifestazioni, insurrezioni e disamine da parte dei più. Si potrebbe ricostruire l’antefatto della vicenda a partire dal cosiddetto e conosciuto “modello Riace”, quella sorta di schema filosofico e comportamentale, oltre che insieme di precetti amministrativi, che hanno posto alla base della gestione territoriale e sociale l’accoglienza e l’integrazione di tutti i migranti, che hanno riempito le ormai sempre più spopolate case di Riace. Tale modello, osannato finanche dalla rivista Fortune, che aveva già precedentemente annoverato il sindaco tra le cinquanta personalità più influenti, al pari di Papa Francesco, si è guadagnato, negli anni, il sostegno e l’approvazione di attivisti, politici, giornalisti, uomini di spettacolo ed è stato, di conseguenza, percepito come una possibile e giusta soluzione al problema della gestione dei migranti in ingresso e al loro corretto inserimento nelle comunità d’accoglienza. Volendo procedere a ritroso, nel tentativo di ricostruire sommariamente le inchieste, le misure di intervento e restrizione che il modello Riace ha subito, bisogna risalire allo scorso 2016 e alla segnalazione inviata dalla prefettura di Reggio Calabria, a seguito della quale le indagini coordinate e dirette dalla Procura della Re-pubblica di Locri in merito alla gestione dei finanziamenti erogati al Comune di Riace per l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo politico, si sono concluse con la sospensione del trasferimento dei fondi e il prosieguo dei progetti di accoglienza ad opera del sindaco tramite un sistema di donazione. Lucano viene, tuttavia, indagato dalla Guardia di Finanza con l’accusa di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ai danni dello Stato e dell’UE, concussione e abuso d’ufficio e Riace esclusa dal saldo luglio-dicembre 2017. Il paesino, così, viene escluso anche dagli enti beneficiari del finanziamento del primo semestre del 2018 da parte del Mini-stero dell’Interno e diventa immediatamente vittima di conte-stazioni che hanno al centro del mirino le borse di lavoro e i bonus, gli strumenti attraverso i quali si ovviava ai ritardi nell’erogazione e si profilava un nuovo ed efficiente sistema di accoglienza e integrazione. Il provvedimento cautelare del sindaco, dunque, è la conseguenza di indagini già avviate, a conclusione delle quali il Gip ha dichiarato infondate le accuse di concussione, falso, malversazione, associazione a delinquere e truffa ai danni dello Stato ipotizzate dalla procura, bollandole come «ricostruzioni fantasiose, congetture, accuse vaghe, indimostrabili o presuntive e per assoluta carenza di riscontri estrinseci» e ha, al contrario, sostenuto con fervore, che la condotta di Lucano «non si è mai tradotta in alcune delle ipotesi delittuose delineate dagli inquirenti». Il sindaco, dunque, è stato condotto agli arresti domiciliari con le sole accuse di aver affidato la gestione dei rifiuti del piccolo comune a cooperative sociali nate allo scopo di dare lavoro a cittadini riacesi e migranti, creando posti di lavoro e sottraendo il servizio agli appetiti della criminalità organizzata, atto che secondo i magistrati costituirebbe un «fraudolento affidamento diretto dell’appalto», e quella di aver di aver favorito un matrimonio di convenienza, avendo suggerito che una ragazza rifugiata alla quale era stata respinta la protezione internazionale si sposasse con un italiano, episodio citato dal procuratore di Locri Luigi d’Alessio che ha riferito di un’unica conversazione durante la quale il sindaco ha discusso della possibilità di far sposare la giovane nigeriana, cui era stato negato l’asilo, per permetterle di rimanere in Italia.
“Reato di umanità”, “Riace non si arresta”, “Io sto con Riace”: questi gli slogan diffusisi in rete per esprimere solidarietà e protesta contro i provvedimenti ai danni del sindaco calabrese, e ancora manifestazioni, interventi televisivi, mobilitazioni e dibattiti interminabili si sono susseguiti al fine di sottolineare come schiere di associazioni, comitati, intellettuali, attivisti, giuristi e normali cittadini abbiano consapevolmente scelto di affiancarsi a Lucano in quello che potrebbe essere definito un vero e proprio dovere alla resistenza, alla lotta quotidiana e sempiterna per favorire l’integrazione, le pari opportunità, la solidarietà tra popoli. Ad oggi, a seguito della sospensione del primo cittadino dal suo incarico, avvenuta per effetto della legge Severino a causa della quale si è disposto che essendo egli stato prima arrestato per favoreggiamento per immigrazione clandestina e avendo poi il tribunale del Riesame deciso per lui il divieto di dimora, la vicinanza a Mimmo Lucano è stata espressa anche nel documento promosso dai gruppi Communistes-Front de Gauche, Groupe écologiste (Gep) e Génération.s, approvato dal consiglio comunale della capitale francese, quale delibera in sostegno del sindaco. All’interno del testo si plaude alle «eccezionali azioni di solidarietà realizzate dal primo cittadino italiano», nella convinzione che «la decisione della giustizia italiana di sospendere il primo cittadino dal suo incarico è una decisione politica inaccettabile», in quanto «attraverso queste azioni il sindaco di Riace ha dimostrato che una tale politica è possibile a livello comunale e che è compatibile con il rispetto, la dignità e il benessere dei suoi abitanti». La prima massiva operazione di accoglienza migranti, si verificò a Riace nel lontano Luglio del 1998, quando a Riace Marina arrivò un consistente gruppo di profughi provenienti dall’Iraq, dalla Turchia e dalla Siria, tutti vittime di persecuzioni politiche. «È allora che abbiamo cominciato a sognare. Mentre vedevamo Riace Marina affollata durante la stagione estiva e Riace Superiore, la parte alta del comune, addormentata, svuotata dei suoi abitanti partiti a lavorare al nord. E se questi profughi ci aiutassero a svegliarla? Se grazie a loro le vie potessero tornare alla vita? Se si potesse ancora sentire la gente parlare e i ragazzi ridere?»: questo il sogno di Mimmo Lucano, il sogno a partire dal quale, con co-raggio e tenacia ha portato avanti la sua campagna di sensibilizzazione alla diversità, alla umana solidarietà, all’accoglienza e all’integrazione del prossimo. Che Mimmo Lucano si sia faticosamente e dignitosamente guadagnato il sostegno unanime di una consistente fetta della popolazione, quella ancora memore del passato, del passato di migranti che ciascuno serba in qualche vecchia foto ricordo dei propri antenati, però, sembra non bastare. Neanche la cittadinanza onoraria concessagli dalla città di Firenze su mozione presentata in consiglio comunale da Miriam Amato di Potere al Popolo, approvata a larga maggioranza, ad accezione di Fratelli d’Italia e Movimento 5 Stelle, con la motivazione che: «Il Modello Riace è un esempio da tutelare e far proseguire. Lucano ha dimostrato come l’integrazione sia possibile e possa rappresentare un valore aggiunto, anche in quelle località in cui si rischia lo spopolamento», sembra condizione sufficiente a riconoscere e a sostenere la validità della sua impresa.
Perché? E cosa ci insegna, o cosa non ci ha insegnato, allora, la vicenda di Mimmo Lucano? Che quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa un dovere. Che in questo Paese alzarsi e risvegliare nei cuori delle persone la voglia di es-sere giusti è un lusso che non sempre viene perdonato, che con una semplicità disarmante, ben lontana dal linguaggio borioso e pieno di odio a cui purtroppo ci stiamo abituando, ogni tanto si sente ancora parlare di una differente umanità, fatta di accoglienza, solidarietà, integrazione, supera-mento dei pregiudizi, fondata su ideali solidi, veri, genuini. Che sono esistite, esistono e forse esisteranno ancora tante Leggi ingiuste, provvedimenti anticostituzionali, abusi di potere, tentativi di sopraffazione, condizioni che ostacolano l’integrazione a favore dell’arricchimento delle mafie o di esigui gruppi di individui detentori di poteri illegittimi, leggi che sono passate alla Storia per aver avuto come unico principio cardine e fondante la segregazione razziale, la categorizzazione sociale e l’annullamento totale del principio di dignità umana.
La vicenda di Mimmo Lucano, deve, dunque, necessariamente, essere inquadrata in un’ottica politica, che esuli dalle becere differenziazioni partitiche o dai sodalizi arrangiati in nome di presunti ideali comuni per trarne un condiviso vantaggio, ma che tenga in considerazione i precetti basilari delle norme politiche vigenti e dell’ancor più sacro coacervo dei fonda-mentali diritti dell’uomo e del cittadino: deve assurgere a ruolo di monito, di imperativo categorico, deve insegnare, nel suo piccolo, quello che, troppo spesso, si suole dimenticare del passato. Nel Paese in cui viene considerata lecita la pratica dei respingimenti collettivi dei profughi, in cui non si tacciono gli accordi con i trafficanti libici, in cui le masse additano come “glamour” un matrimonio tra un anziano plurimilionario e una ragazzina, in cui le politiche dell’odio, dell’ignoranza e dell’indifferenza attirano sempre più proseliti, il sindaco di un piccolo e dimenticato borgo calabrese finisce agli arresti domiciliari senza aver tratto alcun vantaggio patrimoniale da una pratica di accoglienza che si è dimostrata efficace e gioiosa, per aver, con inghippi e innocente disorganizzazione, anteposto il proprio viscerale e primordiale dovere al rimanere umani.
Che gli altri se ne siano dimenticati, o non lo abbiano ancora imparato, è quella la vera sconfitta.

A cura della direttrice
Stefy Bertucci

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