Ritratto di una maestra

Il ritratto della “Signora Angelina” firmato da una sua alunna cellarese.

Ogni volta che in una piccola comunità come Cellara, viene a mancare un suo componente, si avverte un senso di vuoto.
Quando la dipartita è di una persona che la comunità l’ha vissuta, l’ha plasmata, ha contribuito realmente a farla crescere, allora il senso di vuoto, quasi di smarrimento, è decisamente più forte.
E’ quello che è accaduto a noi tutti quando, poco più di un mese fa, abbiamo appreso la notizia della scomparsa di Angelina Pugliese, per meglio dire della signora Angelina.
Si perché è così che l’abbiamo conosciuta e così l’abbiamo sempre chiamata: signora Angelina, nell’aula, in chiesa, per la strada, nella sua casa.
Sono stata sua alunna alla fine degli anni ’60, nel quinquennio 1968-1973, quasi alla fine della sua carriera, in un momento storico e politico molto particolare che anche nel nostro piccolo paese di provincia calabrese faceva giungere la sua eco.
Erano gli anni delle grandi rivoluzioni studentesche, delle rivendicazioni sindacali, del boom economico, delle grandi opere, anni difficili per certi versi e sereni per altri, perché finalmente si ritornava a vivere agiatamente e si guardava al futuro con tranquillità.
Erano anche gli anni in cui la scuola e i maestri rappresentavano delle vere istituzioni, importanti come il prete e il sindaco o il medico e l’ufficiale postale, anni in cui poco si disquisiva sulla psicologia dell’età evolutiva e dove le famiglie non avevano accesso alla didattica.
Ma prescindendo dagli anni e dal luogo, il primo giorno di scuola è da sempre, e credo che rimarrà per sempre, un mo-mento molto delicato per la vita di ogni alunno che si appresta ad iniziare il suo percorso scolastico, che lascia la casa sicura per entrare in una comunità a lui sconosciuta, che deve imparare a rapportarsi con altri suoi coetanei ma soprattutto che de-ve imparare ad ascoltare e farsi ascoltare dalla maestra.
Anche il mio primo giorno di scuola era pieno di ansie e di paure, ridicole per gli adulti ma enormi per una bimbetta di 5 anni.
Ma appena varcata la soglia della classe, quando quella porta azzurra si chiuse alle mie spalle, i miei occhi videro la mia maestra, la signora Angelina e subito mi rasserenai.
Di fronte avevo una donna minuta, raffinata, elegante, garbata nei modi e con un tono di voce sempre pacato, quasi come se, in punta di piedi, volesse penetrare le nostre piccole anime e impregnarle di tutto il suo sapere.
Compresi ben presto che la sua figura esile celava tutt’altro che un carattere fragile. Lo compresi in aula, quasi immediata-mente; e poi sempre più a fondo, crescendo, quando la vidi non più maestra dietro la cattedra ma donna segnata da una vita dolorosa, affrontata sempre con immensa dignità, grande forza e identico dolce sorriso.
Donna di cultura, aperta al dialogo, attenta ai bisogni di tutti i suoi alunni, pronta a consolare e anche a richiamare con decisione qual’ora fosse necessario, innovativa nelle scelte metodologiche e didattiche.
Già da allora le nostre giornate scolastiche, oltre alle attività classiche, prevedevano il canto, le recite, le gare dei verbi e delle tabelline; lavori che valorizzavano i saperi di ciascuno senza mai metterci in competizione; questo grazie all’accuratezza e all’attenzione che la maestra aveva nell’organizzare il tutto.
Nell’organizzazione settimanale, il sabato era la giornata che la signora Angelina dedicava alla poesia, al lavoro manuale, ai giochi di gruppo. All’epoca non si parlava ancora di educazione ai sentimenti, di progetti, di attività laboratoriali e d’inclusione, termini ed innovazioni introdotti di recenti nella didattica. Scopro oggi che in realtà era proprio questo che facevamo già allora: lo studio delle poesie per esprimere stati d’animo e sentimenti, la lettura di un libro per avvicinarci al mondo della narrativa, i gruppi di lavoro per realizzare piccoli manufatti che a noi sembravano capolavori, giochi di gruppo per renderci uniti e coesi, sempre pronti a sostenerci e a soste-nere i più deboli.
Credo che la sua azione didattica fosse, oltre che incisiva, decisamente innovativa e moderna.
Durante il suo lungo percorso didattico ha insegnato a tanti alunni, molti dei quali rivedeva periodicamente quando torna-va da Roma per trascorrere a Cellara le vacanze estive. Ci rivedeva sempre con grande gioia, con gli occhi lucidi ma colmi di dolcezza, quello stesso sguardo che ci ha accompagnato per i 5 anni di scuola elementare. Nei nostri incontri voleva sapere tutto di noi: dei nostri percorsi lavorativi, delle nostre famiglie, delle nostre vite, soddisfatta di quello che ognuno di noi era diventato, soddisfatta ed orgogliosa, perché sapeva di esse-re stata parte fondamentale della nostra crescita.
Chissà come avrebbe reagito a queste mie poche righe. Forse mi avrebbe corretto qualche virgola, o forse avrebbe solo sorriso, quel sorriso che non so bene raccontare, ma che so essere impresso in tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscer-la.
Ora mi accorgo di avere sbagliato il titolo: non “Ritratto di una maestra” bensì “RITRATTO DELLA MAESTRA”

Con affetto e gratitudine
L’ alunna Mariangela Orlando

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