Il crocevia del Pianeta Terra: cause ed effetti di un cambiamento inarrestabile.

Cambiamento climatico e abusivismo edilizio rappresentano sempre di più un mix letale che con il passare degli anni sta martorizzando il nostro paese continuando a stroncare vite e distruggendo (trasformando) l’ambiente che ci circonda. Secondo il dossier Legambiente, presentato il 2016, che raccoglie oltre un decennio di statistiche sulle conseguenze degli estremi meteo, dal 2010 all’anno di pubblicazione sono 198 i Comuni italiani colpiti da eventi meteorologici ricollegabili ai cambiamenti climatici, con 340 episodi di fenomeni estremi.
20 agosto 2018 – Un nubifragio di 40/45 minuti si riversa sul comune di San Lorenzo Bellizzi. Tutti i corsi d’acqua della zona, colmi dalla precipitazione, confluiscono nel torrente del Raganello (Civita) contribuendo alla formazione di un’onda che ha causato dieci vittime ed undici feriti.
04 ottobre 2018 – Un’onda di piena del torrente Cantagalli (tra San Pietro Lametino e San Pietro Maida) travolge e uccide una giovane mamma insieme ai suoi due bambini di due e sette anni.
04 novembre 2018 – Un fiume d’acqua in pochi istanti ha tra-volto un’abitazione e l’ha sommersa completamente. Un’intera famiglia in una villa di Casteldaccia, in provincia di Palermo, è stata completamente sommersa e uccisa. Nove persone fra nonni, genitori e figli sono annegate nei locali invasi dalla piena del Milicia, ingrossatosi a causa delle piogge.
Civita, Lamezia, Palermo, sono solo gli ultimi paesi colpiti da eventi catastrofici provocando nuove vittime.
Ma quanto ancora bisogna piangere tragedie e vite umane pri-ma che si inizi ad intraprendere serie azioni di previsione e prevenzione nei confronti di un clima che inesorabilmente nel corso dei secoli è mutato?
Il continuo ripetersi di fenomeni alluvionali e ondate di calore nelle diverse parti del Mondo evidenzia un’accelerazione nella frequenza e intensità dei fenomeni meteorologici, che nessuno può più negare anche per gli impatti crescenti nei confronti delle comunità e dei territori. Allo stesso tempo, sono sempre più evidenti i segnali di una modifica costitutiva di alcuni eco-sistemi che hanno da sempre garantito l’equilibrio climatico del pianeta (la riduzione delle banchise polari, l’innalzamento delle temperature degli oceani, la crescita della desertificazione e periodi sempre più lunghi di siccità) che confermano non solo l’urgenza di fermare l’innalzamento della temperatura del Pianeta entro i limiti sottoscritti con l’Accordo di Parigi, ma di preparare i territori a impatti e cambiamenti del clima di u-na dimensione fino ad oggi sconosciuta.
Dal Quinto Rapporto di Valutazione (AR5) dell’IPCC (Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici), entra-to in vigore il 4 novembre 2016, redatto a seguito dell’accordo di Parigi, vengono evidenziate diverse criticità che servono a leggere la realtà che stiamo vivendo. Sicuramente definisce, con certezza, che le attività umane, in particolare le emissioni di anidride carbonica, stanno provocando un prolungato e ine-quivocabile aumento delle temperature globali. Di conseguenza, l’aumento delle temperature globali sta concretamente cau-sando cambiamenti in tutte le regioni geografiche: l’atmosfera e gli oceani si stanno riscaldando, l’estensione e il volume del-le nevi e dei ghiacci stanno diminuendo, i livelli dei mari stanno crescendo e andamenti meteorologici stanno cambiando. Molti di questi cambiamenti non hanno precedenti per periodi temporali che vanno da decenni a millenni. Drammaticamente i modelli climatici, considerando una molteplicità di possibili scenari di emissione di gas serra, producono proiezioni di cambiamenti incessanti nel corso del 21° secolo. Se le emis-sioni continueranno a crescere al ritmo attuale, si prevede che gli impatti alla fine del secolo potranno includere un aumento della temperatura globale tra 2,6 e 4,8 gradi centigradi rispetto alla condizione presente e i livelli del mare tra 0,45 e 0,82 metri più elevati rispetto al presente e uno sconvolgimento dell’andamento meteorologico. Esistono anche due probabilità su tre che, prima della metà del secolo, il Mare Artico rimanga di fatto senza ghiaccio nelle stagioni estive. In Rapporto defi-nisce inoltre che per avere più di due possibilità su tre di limitare il riscaldamento entro i 2°C rispetto ai livelli pre-industriali, il totale complessivo delle emissioni di anidride carbonica prodotte dalle attività umane sin dall’inizio dell’epoca industriale dovrebbe essere limitato a circa 1.000 giga tonnellate di carbonio. Solo che quasi la metà di questa quantità è già stata emessa prima della fine del 2011.
Pertanto anche se le emissioni dovessero arrestarsi immediatamente, le temperature rimarranno elevate per secoli a causa dell’effetto dei gas serra già presenti in atmosfera e prodotti nel passato dalle emissioni derivanti dalle attività umane. Le emissioni di anidride carbonica passate, presenti e future rap-presentano una concreta e duratura responsabilità rispetto ai cambiamenti climatici. Non c’è altra possibilità, bisogna ora, più che mai, limitare l’innalzamento della temperatura intraprendendo concrete e considerevoli riduzioni di emissioni di gas a effetto serra.
Presa coscienza della situazione generale nel quale versa il no-stro pianeta, ogni singolo cittadino, nel proprio piccolo, cosa può fare? Certo non può incidere in modo immediato sulla ri-duzione delle emissioni di anidride carbonica, ma può prende-re atto della situazione e interessarsi ad idonei comportamenti da intraprendere in caso di fenomeni calamitosi. Innanzitutto è buona norma conoscere il proprio territorio, le proprie fragilità e strumento utile a questo fine, ad esempio, è il Piano di Emergenza di cui ogni comune deve essere provvisto. Così come è utile la conoscenza dei cosiddetti Bollettini Meteo, di cui negli ultimi tempi se ne sente parlare molto spesso ma probabilmen-te non gli si dà la giusta importanza. Le previsioni meteo a fini di protezione civile sono diverse dalle classiche “previsioni del tempo” perché evidenziano situazioni potenzialmente dan-nose per persone o cose. Sono elaborate dalle Regioni e dal Dipartimento e vengono sintetizzate quotidianamente nel Bollettino di vigilanza meteorologica nazionale. Sulla base degli eventi meteo previsti ciascuna Regione e Provincia Autonoma valuta le situazioni di criticità idrauliche e idrogeologiche (allagamenti, frane, alluvioni…) che si potrebbero verificare sul territorio. Queste valutazioni confluiscono nel Bollettino di criticità nazionale/allerta che viene prodotto quotidianamente dal Dipartimento. È compito poi delle Regioni e delle Province Autonome diramare le allerte per i sistemi locali di protezione civile, mentre spetta ai Sindaci attivare i piani di emergenza, informare i cittadini sulle situazioni di rischio e decidere le azioni da intraprendere per tutelare la popolazione.
Poi c’è chi le previsioni meteo fa finta di ascoltarle e poi si affida all’istinto e con burrasche imminenti decide di fare un’escursione in montagna e le conseguenze di tutto questo diven-gono cronaca, come nel caso sopracitato (Gole del Raganello) del gruppo di escursionisti che non si sono minimamente curati del bollettino meteo pubblicato dalla prote-zione civile, no-nostante da più giorni l’intero territorio calabrese presentava “Allerta Gialla”, come è evidente dal seguente storico dei bollettini.
Definito il quadro generale della situazione climatica odierna (e di conseguenza quella futura), facendo riferimento al terri-torio Nazionale non si può non prendere atto di un secondo serio problema, ovvero l’abusivismo edilizio.
In Italia l’immobile abusivo colpito da un ordine di abbattimento che non viene eseguito entro i successivi 90 giorni di-venta, secondo la legge, a tutti gli effetti di proprietà del Comune. L’ente municipale deve demolirlo in danno dell’ex proprietario, oppure destinarlo a usi di pubblica utilità. Da uno studio eseguito da Legambiente però si evince che negli uffici comunali preposti quasi nessuno applica queste prescrizioni, visto che rispetto ai 57.432 abusi non demoliti censiti dall’associazione solo 1.850 (appena il 3%) sono stati acquisiti al patrimonio comunale. Un’inerzia compiacente, che rischia di diventare addirittura complice. Il risultato, infatti, è che le case rimangono nella disponibilità degli abusivi, che ne godono senza alcun titolo e spesso senza oneri. Come nel caso della villetta di Casteldaccia, in Sicilia, che doveva essere demolita ben 7 anni fa, e che invece, non solo era ancora in piedi, ma ospitava un’intera famiglia che purtroppo ha trovato ivi la morte.
L’Italia risulta essere un Paese incurante dell’eccessivo consu-mo di suolo e del problema del dissesto idrogeologico, mentre i cambiamenti climatici amplificano gli effetti di frane e allu-vioni. Infatti il problema non sussiste solo sulle costruzione oramai datate ma è bene accendere i riflettori sui tanti edifici di nuova costruzione situati in zone pericolose o direttamente sopra fiumi e torrenti. Ben il 9% delle amministrazioni, infatti, ha dichiarato di aver “tombato” tratti di corsi d’acqua sul pro-prio territorio. E soltanto il 4% ha delocalizzato le abitazioni costruite in aree a rischio (Fonte Legambiente).
In conclusione, diversi sono i modelli europei di città che hanno approvato piani clima per le aree urbane, basti pensare a Copenaghen, Barcellona e Rotterdam. Ma anche in Italia ab-biamo esempi virtuosi che indirizzano le proprie attività alla risoluzione di questi problemi come Bologna, Treviso e Posa-da (piccolo comune sardo), le cui politiche si basano sul mettere in sicurezza un fiume, nel restituire spazi alla natura e alla fruizione dei cittadini, creare quartieri vivibili anche quando le temperature crescono grazie agli alberi e all’acqua, a materiali naturali che permettono di ridurre l’effetto isole di calore.
Pertanto, le conoscenze ci sono, gli studi eseguiti nel corso degli anni hanno sempre più fotografato la realtà del nostro territorio ma l’amara verità è che ancora manca una vera presa di coscienza da parte della popolazione e della classe dirigente (sia locale che regionale e nazionale) per fronteggiare il problema in maniera preventiva. Per essere efficace però, l’attività di prevenzione deve prevedere un approccio com-plessivo, che sappia tenere insieme le politiche urbanistiche, una diversa pianificazione dell’uso del suolo, una crescente attenzione alla conoscenza delle zone a rischio, la realizzazione di interventi pianificati su scala di bacino, l’organizzazione dei sistemi locali di protezione civile e la crescita di consape-volezza da parte dei cittadini.

A cura di Emma Caferro

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