Ingordigia e ignoranza sono un mix letale

Italia, quanti disastri ambientali: una storia che continua a ripetersi.

Sempre più spesso, a cadenza ravvicinata, si abbattono su di noi crolli, alluvioni e tanto per non farci mancar nulla, terremoti.
Ogni triste evento è seguito dai rituali bla bla bla.
Ogni disastro dà spunto ai soliti noti di parlare, cercare cause e concause ed al-tri bla bla bla. Ogni cosa si muove con tanta lentezza da far cader tutto nell’oblio, fino al risveglio che avverrà al successivo disastro e che darà modo ai colpevoli e non, di continuare con le solite diatribe televisive, a discutere sul triste evento. Si nota, così, che ogni tra-gedia evidenzia chiaramente l’ingordigia e l’ignoranza dell’uomo.
Gli esempi da citare sarebbero innumerevoli. Mi limito, per non te-diare, a ricordarne solo alcuni.
A questi il lettore può aggiungerne altri a suo piacimento.
Diga del Vajont, un villaggio sommerso! Ma signori inge-gneri dove avete preso la lau-rea? In quale grande università del mondo non vi è stato insegnato che si possono prevenire e quindi evitare tutte le avver-sità geologiche? E se invece lo sapevate, perché lasciare lì, a valle, gli sfortunati abitanti del Vajont?
E l’alluvione di Firenze? Perché non si controlla il corso dell’Arno?
Per non parlare del fiume Po dove si e-rano create le “golene”, segnali che indi-cavano i punti di massima inondazio-ne, e dove,ovviamente, era vietato co-struire e nessuno mai si permetteva di farlo sperando poi in un condono.
E che dire della tragedia di Rigopiano? Le mappe geologiche avevano indicato la zona come soggetta a valanghe, ma il piano regolatore non ne tenne conto e gli organi di controllo supinamente approvarono. Un cittadino intervistato sul tema, ha candidamente risposto: “non era mai successo”!
E L’Aquila? Un massacro.
A titolo di cronaca il carcere, costruito qualche secolo fa nel capoluogo a-bruzzese, non ha avuto nemmeno una lesione; la città universitaria si è invece sgretolata. Misteri dell’ingegneria moderna!
Sottolineo brevemente il caso Genova che per me è, fra i tanti, il più emblema-tico.
Genova, la Superba, città natale di Maz-zini, città che si è liberata, grazie al co-raggio dei suoi cittadini, dai fascisti, ha subito tanti, mortificanti, danni, fino a giungere al gravissimo, perché previsto, ultimo disastro: il crollo del ponte Mo-randi.
Altri casi però sono ancor più inspiega-bili e sinceramente mi fanno pensare a una ottenebrazione mentale assoluta di amministratori e cittadini. Molti abitanti di Ischia, malgrado i vari terremoti che si continuano a verificare sull’isola, pur avendo subito danni alle loro abitazioni, osano chiedere la sanatoria per le loro irregolarità. Fiducia nel futuro o stupidità?
In Sicilia,poi, una costruzione, se così si può definire, sul greto di un torrente è stata inondata dalla piena che ha pro-vocato una tragedia di ben nove morti.
Il condono richiesto dal proprietario ha dato una chiara risposta al mio dubbio!
Ingordigia e ignoranza sono un mix letale
Italia, quanti disastri ambientali: una storia che continua a ripetersi.
A cura di Anna Crocco
ha dichiarato di aver “tombato” tratti di corsi d’acqua sul pro-prio territorio. E soltanto il 4% ha delocalizzato le abitazioni costruite in aree a rischio (Fonte Legambiente).
In conclusione, diversi sono i modelli europei di città che han-no approvato piani clima per le aree urbane, basti pensare a Copenaghen, Barcellona e Rotterdam. Ma anche in Italia abbiamo esempi virtuosi che indirizzano le proprie attività alla risoluzione di questi problemi come Bologna, Treviso e Posa-da (piccolo comune sardo), le cui politiche si basano sul mettere in sicurezza un fiume, nel restituire spazi alla natura e alla fruizione dei cittadini, creare quartieri vivibili anche quando le temperature crescono grazie agli alberi e all’acqua, a materiali naturali che permettono di ridurre l’effetto isole di calore.
Pertanto, le conoscenze ci sono, gli studi eseguiti nel corso de-gli anni hanno sempre più fotografato la realtà del nostro terri-torio ma l’amara verità è che ancora manca una vera presa di coscienza da parte della popolazione e della classe dirigente (sia locale che regionale e nazionale) per fronteggiare il problema in maniera preventiva. Per essere efficace però, l’attività di prevenzione deve prevedere un approccio com-plessivo, che sappia tenere insieme le politiche urbanistiche, una diversa pianificazione dell’uso del suolo, una crescente attenzione alla conoscenza delle zone a rischio, la realizzazio-ne di interventi pianificati su scala di bacino, l’organizzazione dei sistemi locali di protezione civile e la crescita di consapevolezza da parte dei cittadini.

A cura di Anna Crocco

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