La tutela della dignità umana

Cos’è la Cedu e perché ha condannato l’Italia sul caso Provenzano.

La Corte Europea dei diritti umani, o più comunemente CEDU, è un organo giurisdizionale internazionale istituito nel 1959. Si compone di 47 giudici, uno per ogni Stato membro del Consiglio d’Europa, persegue lo scopo principale di assicurare e garantire l’applicazione ed il rispetto della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950 e svolge diverse funzioni: sia consultive, potendo emettere pareri consultivi su richiesta del comitato dei ministri; sia contenziose, potendo ricevere ricorsi individuali proposti cioè da singoli cittadini europei, e ricorsi presentati da parte degli Stati contraenti che lamentino la violazione di una delle disposizioni della Convenzione ovvero dei suoi protocolli addizionali.
La Convenzione, difatti, è qualificata quale norma principale in materia di tutela e protezione dei diritti fondamentali dell’uomo: ogni Stato firmatario si è obbligato al rispetto dei diritti garantiti dalla stessa Convenzione nell’ambito del proprio ordinamento giuridico nazionale ed a favore di qualunque persona, senza distinzioni di alcuna specie, come di sesso, di razza, di colore, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di appartenenza a una minoranza nazionale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.
Tra i più importanti divieti a carico degli Stati sono annoverabili: la tortura e le pene o trattamenti inumani o degradanti, la schiavitù, la servitù e il lavoro forzato, le discriminazioni nel godimento dei diritti e delle libertà garantiti dalla Convenzio-ne, l’espulsione da parte di uno Stato dei propri cittadini, l’espulsione collettiva di stranieri, l’imprigionamento per debiti, l’abuso del diritto, la pena di morte.
Tra i divieti sanciti dalla Convenzione, pertanto, rientra anche quello espressamente stabilito dall’art. 3, il quale testualmente recita: “nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.
E proprio per la violazione di tale norma, recentemente, l’Italia è stata sanzionata relativamente al trattamento carcerario applicato nei confronti del boss mafioso Bernardo Provenzano, anche dopo che le sue condizioni di salute fossero deteriorate. I giudici europei hanno qualificato il regime di carcere duro (notorio 41 bis), limitatamente al periodo nel quale la salute di Provenzano fosse peggiorata secondo quanto accertato dalle perizie mediche, inumano e degradante poiché comportante numerose restrizioni ed impeditivo di una effettiva tutela della dignità dell’uomo, anche se detenuto.
Tale pronuncia ha suscitato numerose polemiche, dibattiti televisivi ed accese diatribe, riportando all’attenzione il sempre attuale bilanciamento tra le regole dello Stato e la dignità dell’uomo, riponendo la remota domanda: che cosa conta di più?
Fornire una risposta è sicuramente una ardua impresa, specie in casi limite come quello di Bernardo Provenzano, passato alla storia, assieme a Totò Riina, come uno dei più pericolosi, spietati e disumani mafiosi, soprannominato “Binnu u’tratturi” proprio per la violenza con cui falciava le vite degli altri. E soprattutto se si ricorda che il regime di carcere duro è stato introdotto nel nostro ordinamento nazionale a seguito delle stragi del 1992, nelle quali hanno perso la vita magistrati valorosi e coraggiosi uomini di Stato.
E’, dunque, sempre auspicabile che l’attività di bilanciamento e valutazione operabile in ogni singolo caso non prescinda dalle norme ma, anche e soprattutto, dalla storia personalissi-ma di ogni Stato membro; proprio per questa ragione, il sinda-cato della Corte europea possiede carattere sussidiario in rapporto ai sistemi nazionali di garanzia dei diritti dell’uomo. Pur esercitando una sostanziale influenza sulle giurisdizioni nazio-nali, difatti, l’attività della CEDU si qualifica come aggiuntiva e complementare rispetto alle costituzioni nazionali, in una idea di armonica collaborazione.
Ciò non può far altro che confortare, incoraggiare ed indirizzare ad una tutela sempre più attenta ed accorta della dignità umana.
A cura di Simona Vitale

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