Quando a crollare è un’intera Nazione

Dal crollo del ponte Morandi di agosto all’approvazione del “decreto Genova” di novembre: quattro mesi di confusione.

Il Viadotto Polcevera di Genova, noto anche come Ponte Morandi, dal nome del suo progettista, l’ingegnere Riccardo Morandi, fu costruito tra il 1963 e il 1967 per il collegamento strategico tra la Francia Meridionale e il capoluogo della Regione Liguria, nonché tra i poli industriali genovesi e l’Aeroporto Cristoforo Colombo.
Posto sul torrente Polcevera operava la connessione dell’infrastruttura autostradale A10 Genova-Ventimiglia, soggetta al controllo di Autostrade per l’Italia S.p.A. su conces-sione dello Stato italiano.
Il sistema delle concessioni, che avvolge quasi completamente la viabilità veloce del Paese, prevede che una società privata, Autostrade per l’Italia S.p.A. in questo caso, su affidamento del Governo, possa gestire un’infrastruttura complessa in cambio di un onere versato dall’utente per il suo utilizzo (pedaggio), che dovrà essere successivamente impiegato per gli investimenti in sviluppo, cura e manutenzione ordinaria e straordinaria.
Dopo una serie di piccoli interventi manutentivi e tanti segnali d’allarme spesso non presi in considerazione, nella tarda mattinata del 14 agosto 2018, sotto la pioggia, il Ponte di Genova subisce un crollo parziale della struttura, causando la morte di 43 persone e l’inagibilità delle abitazioni ad esso sottostanti in cui risiedevano oltre 600 persone.
Nel clima dell’Italia di oggi, avvolto nella nebbia della propaganda folklorista di cittadini e uomini di politica, il Presidente del Consiglio, Prof. Giuseppe Conte, intervenne promettendo la revoca della concessione dell’Autostrada A10 e l’immediata ricostruzione del ponte, trovando l’appoggio dei membri del suo Governo e dei cittadini genovesi. L’analisi della proposta del Presidente fa sorgere subito alcuni dubbi, tra cui quanti chilometri rimarranno in mano all’incuria di Autostrade per l’Italia S.p.A. e quanto costa, allo Stato, quindi ai cittadini, stracciare la convenzione. Si evince subito la superficialità di intenti in cui ci si sta dirigendo perché, se da un lato la società privata in questione continuerà a mal gestire altri 2900km di autostrade, dall’altro lo Stato dovrà risarcire il concessionario “con un importo corrispondente al valore attuale netto dei ri-cavi della gestione, prevedibile dalla data del provvedimento di recesso, revoca o risoluzione del rapporto, sino alla scadenza della concessione” (prevista per il 2042), ossia, nel caso della A10, pari a quasi 20 miliardi di euro, il che sarebbe davvero paradossale, visto che il risarcimento dovrebbe essere corrisposto alle vittime e non al carnefice.
Dopo le promesse di rito e i funerali delle vittime, il Decreto per l’emergenza inizia a tardare il suo approdo al tavolo del Consiglio dei Ministri e, dunque, il Ministro delle Infrastruttu-re e dei Trasporti, On. Danilo Toninelli, ospitato nella trasmissione Porta a Porta su Rai 1, interviene in maniera abbastanza imbarazzante, descrivendo vagamente il contenuto di un De-creto fantasma per poi farsi ritrarre sorridente di fianco a Bru-no Vespa con un plastico dell’attuale viadotto e in mano la parte crollata, mimando il gesto della posa e promettendo la costruzione di un nuovo Ponte che sia “un luogo vivibile, un luogo d’incontro in cui le persone possono vivere, possono giocare, possono mangiare”. Forse non rendendosi conto per bene che si tratta di una parte di un’Autostrada.
Ad ogni modo, con l’approvazione in Senato del 15 Novembre, il Decreto Genova (D.L. n. 109/2018) viene convertito in Legge: tre mesi dopo il tragico evento.
Tra i vari articoli del testo, la Legge n. 130/2018 stabilisce che il mandato del Commissario straordinario alla ricostruzione, nominato con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, abbia durata pari a 12 mesi prolungabile fino a tre anni, e stanzia 30 milioni di euro l’anno fino al 2029 a copertura di un’eventuale insolvenza da parte di Autostrade per l’Italia S.p.A. a cui spetta l’onere di sostenere i costi di ricostruzione. Non si fa menzione dei soggetti che dovranno occuparsi della progettazione e della ricostruzione mentre, per le famiglie che hanno subito l’inagibilità delle proprie abitazioni, verranno riconosciuti una serie di sgravi e agevolazioni fiscali.
Ma fa storcere il naso, nell’analisi dell’art. 1, la deroga alle normative Antimafia vigenti, di cui il Commissario Straordi-nario può avvalersi, che lascia scampo ad una quasi certa infil-trazione mafiosa che lo Stato e il Governo dovrebbero senz’altro prevenire. Non solo, all’interno della stessa Legge, sono previste altre urgenti disposizioni “per la sicurezza della rete nazionale, delle infrastrutture e dei trasporti, per gli eventi sismici del 2016 e 2017, per il lavoro e le altre emergenze”.
Un evidente abuso dello strumento del Decreto-legge che ha forzato il Parlamento all’approvazione di un’incredibile ac-cozzaglia normativa che vede la sua stella di diamante nel condono edilizio per Ischia e per il Centro Italia. Quest’ultimo prevede che, entro 6 mesi, gli immobili abusivi o parte di essi localizzati nei Comuni danneggiati dal sisma possano essere condonati secondo le norme sul condono edilizio del 1985 e non più abbattuti secondo quanto previsto dalla più recente materia legislativa del 2003. Un palese ritorno a un passato oscuro che vedeva nell’abusivismo la regola e nella conformità alle norme edilizie l’eccezione.
Se, quindi, la priorità di Genova e del dissesto idrogeologico nazionale ha trovato soluzione nella deroga alle normative antimafia e nel condono edilizio, a crollare non è stato soltanto un viadotto o una casa sotto la pioggia costruita nell’alveo di un corso d’acqua, bensì quel poco di senso civico e di legalità di cui la nostra Nazione doveva invece far tesoro.

A cura di Christian Brutto

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