Sulla mia pelle

Stefano Cucchi vive. In un film, in un tribunale romano, in un teatro dell’Unical, vive.
Quando nel 2015, da queste pagine, parlammo di Stefano Cucchi nell’articolo “Sono STATO io” di Mario Caputo, il primo processo per la morte del geometra romano si era concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati in Corte d’Appello.
Da allora tante cose sono accadute e cambiate, sia nella vicenda processuale, ripartita, sia nella coscienza sociale dei tragici fatti di quell’ottobre del 2009.
Oggi, a 9 anni di distanza dalla scomparsa di Cucchi, tutta Ita-lia sa cosa successe nella caserma prima, e nell’ospedale detentivo poi, nei giorni che la precedettero. Tanto di questa consapevolezza deve darsi alla sorella Ilaria Cucchi, esempio raro di perseveranza civile. E non solo a lei.
A settembre di quest’anno, infatti, esce nelle sale e sul web il film “Sulla mia pelle”, distribuito da Lucky Red e Netflix, del regista Alessio Cremonini e interpretato fra tanti da un magistrale Alessandro Borghi nei panni di Cucchi.
I numeri del film sono enormi, così come i riconoscimenti, tra i quali il premio alla Mostra del Cinema di Venezia, e ancor di più impressiona il seguito che la vicenda, mai sopita, riacqui-sta nell’opinione pubblica. Tutti ne parlano, tutti si indignano, ma soprattutto i riflettori si riaccendono sulle stanze del tribunale di Roma dove intanto sono arrivate nuove prove e nuove imputazioni per i carabinieri artefici del brutale pestaggio. E un colpo di scena. L’11 ottobre, uno dei carabinieri imputati accusa in aula i due colleghi che a detta sua abusarono del corpo del povero Stefano.
Dopo tante ombre sembra arrivato il tempo delle luci sulla vergogna. Tempo di verità.
Il film
La pellicola, dopo alcune immagini che riproducono scene di vita e fanno da cornice all’intera storia, mostra gli ultimi sette giorni di Stefano Cucchi, precisamente quelli che vanno dalla sera del suo arresto alla mattina della sua morte. La storia non risparmia i dettagli della gestione incivile e criminale di un normalissimo caso di droga e di un arrestato. Non risparmia soprattutto i protagonisti imbarazzati, dai carabinieri alle guar-die penitenziarie, dal gip ai medici passando per l’avvocato d’ufficio. E lo fa anche attraverso gli occhi di due genitori e una sorella divisi tra l’incoscienza di quanto si consumava a loro insaputa e la rabbia per la scoperta che il proprio caro è ricascato nel tunnel degli stupefacenti. Fino a quella mattina del 22 ottobre 2009, quando il corpo umiliato, denutrito e rassegnato di Stefano, si spegneva nell’ospedale Pertini, mentre la sua famiglia, alla quale per tutto il tempo veniva vietato o-gni contatto con il ragazzo, scopriva da una fredda notifica della Procura la disposizione dell’autopsia sul corpo di Stefa-no. Prima che compaiano i titoli di coda accompagnati dal pre-zioso audio originale della dichiarazione di Cucchi in tribuna-le, c’è tempo per una breve sintesi dei fatti successivi, uno in particolare, quello della denuncia che la famiglia presentò per la droga trovata in casa del figlio, a pochi giorni dalla sua morte.
Quanta onestà tradita da uno Stato assassino e omertoso.
La proiezione e il dibattito all’Unical
Il 16 novembre scorso, nell’Auditorium dell’Università della Calabria, Sulla mia pelle viene proiettato per gli studenti e in particolare per i corsisti di Diritto Processuale Penale. L’evento infatti si deve al Professore del corso, l’avvocato Alessandro Diddi.
Preceduta da una pacifica rimostranza di un collettivo che accusa l’università di fare “passerelle” strumentali, la proiezione è accolta da un teatro gremito anche di professori.
Al termine del film, il palco lascia spazio alle autorità invitate a dibattere della vicenda.
Il confronto, moderato da Gian Marco Chiocci, ex direttore de Il Tempo, entra nel vivo con la testimonianza del vescovo e-merito della Diocesi di Cosenza, Salvatore Nunnari, che rac-conta della sua esperienza nelle carceri e in una comunità di drogati, e dà la sua lettura della storia, parlando di Cucchi come di un novello crocifisso. Tra gli intervenuti vi sono anche il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Catanzaro, Otello Lupacchini, l’Avvocato e Sindaco di Rende Marcello Manna, il Garante dei detenuti del comune di Reggio Cala-bria, l’Avvocato Agostino Siviglia, il Professore Mario Cateri-ni, docente di Diritto Penale all’Unical. Tra disquisizioni sulla legge sul reato di tortura, di recente introduzione, paragoni con casi storici e altre verità nascoste del nostro Paese, con-danne dei fatti ed emozioni sul film, il dibattito scivola via. Ma restano e fanno rumore soprattutto le parole del famoso avvocato Carlo Taormina che prima accusa una certa ipocrisia nel racconto dei fatti sul caso, a detta sua un racconto troppo spesso preoccupato di non offendere nessuno, scatenando gli applausi della platea. Poi parla dei fatti come “endemici” nel sistema della giustizia italiana e infine ammonisce sugli “entusiasmi” che ha generato la recente ammissione del carabiniere. Taormina spiega infatti che il processo manca di un fatto essenziale, un referto che attesti le cause della morte tali da poterle ricondurre al comportamento delle forze dell’ordine, ipotizzando quindi un nuovo buco nell’acqua.
Ovviamente, speriamo tutti che stavolta non vada così.
Che si faccia finalmente giustizia e poi si dia pace, per sempre, a Stefano, a Ilaria, ai loro genitori. E speranza a tutte le altre, tante, vittime di Stato.
A cura di Cristian Mauro

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