Tutte le strade portano a… Warhol

A Roma il mito della pop art più apprezzato e discusso al mondo.

1928-2018, 90 anni. Quelli che avrebbe avuto Andrew Warhol se facesse ancora fisicamente parte della società dei consumi. Si, era questo il suo nome di battesimo.
Andy Warhol, che ha rivoluzionato la seconda metà del 900’ con la sua arte fuori da ogni schema tradizionalmente concepito.
Per il suo genio, in occasione dell’anniversario della nascita, il complesso del vittoriano di Roma – Ala Brasini, ospita dal 3 ottobre 2018 al 3 febbraio 2019 la mostra delle sue opere più conosciute. L’Urbe è una cornice ottima per accogliere i lavori dell’artista: il contrasto tra il classicismo della sua architettura e la popular art del poliedrico di Pittsburgh, rende il tutto molto più interessante.
Creatività, trasgressione, celebrità, moderno e postmoderno, sono alcuni degli ele-menti onnipresenti nei lavori di Warhol. Non volendo spoilerare tutto ciò che questa mostra offre ai sensi dei visitatori, non si può evitare di dire quanto sia nel pieno mood dei decenni interessati: 1960-1980. Più sale sono state infatti allestite in base alla tematica delle opere e al periodo della loro produzione: icone, star system, musica, moda, disegni. Classificazione messa in piedi con insegne al neon rosa.
All’interno, è presente una stanza che riproduce una atmosfera flower power decisamente psichedelica: specchi, luci cangianti, la musica dei Velvet Underground in sottofondo, collages. I pavimenti, le pareti e i soffitti hanno un unico comune denominatore, colore, colore acceso, colore che impatta con le tele o le polaroid esposte. Dalle serigrafie di Marylin e Mao, agli autoritratti, alle foto con i personaggi famosi; dal suo Com-modore 64 (fun-zionante, che tra-smette in slideshow le bozze di lavori grafici), alle copertine dei dischi da lui curate (come Sticky Fingers dei Rolling Stones, o The Velvet Underground & Nico), alla serie sulla Coca-cola, o sulla zuppa Campbell, in circa 75 minuti si può conoscere davvero tanto (170 opere), di quell’artista così poco convenzionale.
Di quell’artista che rendeva centrali nelle sue opere, oggetti di consumo e personaggi conosciuti, al fine di renderli soggetti. Di colui che abusava della riproduzione meccanica dell’arte, per farci comprendere l’omologazione e il modo di concepire la società dei consumi.

A cura di Chiara Toteda

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