Tutt’altro che geniale

Dentro l’ultimo film di Michael Grandage, sull’affascinante storia dell’editor Maxwell Perkins, con Colin Firth, Jude Law e Nicole Kidman. Genius è da vedere, ma non è sempre oro ciò che luccica.

Anni ’20, New York. Al quinto piano del palazzo della Scribner’s, un giovane scrittore sta per incontrare l’uomo che cambierà la sua vita. Quell’uomo è Maxwell Perkins, il più grande editor di tutti i tempi, meritevole di aver donato al mondo, fra gli altri, Hemingway e Fitzgerald, nonché la nuova promessa, colui che avrebbe influenzato per sempre la letteratura americana e mondiale: Thomas Wolfe. Estroso, professionale e lungimirante, Perkins; eccentrico, geniale, problematico e gran bevitore, Wolfe. Fra i due si crea un legame complesso e difficile, sia umanamente che dal punto di vista lavorativo. Basata su Editor of genius, biografia di Perkins a opera di Andew Scott Berg, la pellicola racconta la consueta “lotta”, tra editor e autore, fatta di tagli, discussioni, compromessi e cedimenti, che tuttavia, ha portato, nel loro caso, alla stesura di opere come “Angelo, guarda il passato” e “Il fiume e il tempo”. Dunque, inutile indugiare ulteriormente, è chiaro che per il suo debutto da regista cinematografico, Michael Grandage, si è affidato a una grande storia. Purtroppo non ne è stato del tutto all’altezza. La narrazione procede troppo lentamente, eppure si ha quasi la sensazione che ci sia un crescendo di tensione che ci si aspetta raggiunga il culmine in un colpo di scena improvviso. Si continua a guardare il film ripetendosi “adesso succederà qualcosa”, ma nulla, solo il lento susseguirsi degli eventi. Chiaramente il prediligere un tempo narrativo più che uno cinematografico, è una scelta di regia, che sembra essere, però, infelice. Gli eventi stessi sono trattati con superficialità (spesso anche nella fotografia) e non danno la possibilità, alla grande forza di questa storia, di emergere davvero. L’errore più grossolano e che non ci si aspetterebbe, né si può perdonare, a un regista teatrale come Grandage, è la scarsa caratterizzazione dei personaggi. Tutto si riduce al banale dualismo che vede contrapposti il composto e puritano Perkins, al folle, sociopatico ed egoista Wolfe. In particolare la figura di Wolfe appare quasi stereotipata e, se anche accennata, non ne traspare la problematicità e la fragilità dello scrittore. Anche i rapporti fra i vari personaggi sono abbozzati da una veloce pennellata che non delinea il “sottosuolo” psicologico dei fatti. In generale, si avverte quasi una poca cura dei dettagli, seppur storicamente gli avvenimenti siano descritti fedelmente. Eppure, resta sicuramente un film da vedere, per due motivi. Il primo costituisce il grande pregio di questa pellicola: far conoscere una figura importante come quella dell’editor, a molti estranea, e trasportare i non-addetti nella grande macchina editoriale, ma anche presentare i più grandi scrittori del secolo scorso, su un piano puramente umano, mostrandone le paure e i limiti. Il secondo è il cast: Colin Firth, nei panni di Maxwell Perkins, ci aveva già abituati a grandi interpretazioni, anche prima del meritatissimo Oscar del 2011 per Il discorso del re, basti pensare al suo meraviglioso Lord Henry Wotton nel Dorian Grey di Oliver Parker; Jude Law che interpreta Wolfe, se anche non ha mai deluso, in quest’occasione rappresenta la vera rivelazione; elegante e stupenda come sempre, Nicole Kidman, presta la sua interpretazione per Aline, una donna forte e debole allo stesso tempo e legata da un rapporto particolare al giovane scrittore. Contenuti imponenti e recitazione magistrale sono i punti forti di questo film che nonostante i limiti della regia, costituisce un’interessante pellicola da gustare in un tranquillo pomeriggio.

A cura di Roberta Ranieri

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