Ricordi d’infanzia; quei canti devoti di donne

Spesso rivivo i ricordi purissimi e lontani ormai, le ore spensierate e di felicità che empirono i miei giorni di ragazzo a Cellara. Là dove un insieme mirabile di scenari rendevano il luogo incomparabile, disvelandone le bellezze.
In questo luogo, che nel ricordo – nonostante ormai ci torni ogni anno – mi appare fantastico, addirittura chimerico – è la chiesa antica di San Pietro che racchiude, tra le mura, tanta storia del paese “casale” di Cosenza stando alle annotazioni di quel storiografo calabrese che è il Barrio. Nel tempio, che fu centro di devozione tra i più frequentati, una schiera di donne e anziani restavano in sacra veglia, pregando e cantando le lodi di Maria. Varia e inedita la produzione di cui si è perso il ricordo. Ma ecco “Lodate Maria, o lingue fedeli, risuoni nei cieli, la vostra armonia… di luce divina, sei nobile aurora, il sole t’adora, la luna t’inchina…” è solo la prima strofa di una delle canzoncine più antiche e meno conosciute, di autore ignoto, che ci è stata trasmessa proprio col titolo “Lodate Maria”, trovata in un vecchio libro di pietà popolare. Di tono diverso è il canto “Pietà Signor, pel nostro patrio suolo…”, composto durante il secondo conflitto mondiale, intercalato dal ritornello “Dio di clemenza, Dio Salvator, salvate Italia e Roma, pel vostro sacro Cuor”, che qualche studioso attribuisce al Papa Pio XII.
Sentivo più belle, fra tante e diverse nei toni alti e in quelli bassi, le voci di Ma-ria Cappellini, di Marietta Ubriaco che tutti chiamavano “monachella”, più note come “zelatrici” del Sacro Cuore di Gesù dal quale prendeva nome la locale scuola materna tripudiante di bimbi rosei e innocenti. Inni sacri e canti della tradizione erano intonati ai piedi dell’immagine dolcissima di Gesù o della Ma-donna, nei mesi dedicati, dei Santi Patroni venerati nelle feste, invocati nelle sventure, benedicenti dall’alto delle loro nicchie ad arco di legno dipinto, da cui espandevano profumo i gigli e le rose. Avevano, quelle voci genuine, il potere di commuovere le viuzze di Cellara quando il Venerdì Santo, seguendo la Madonna velata di nero, le donne canta-vano: “Stava Maria dolente, senza respiro e voce, mentre pendeva in Croce, del mondo il Redentor”. Di una tenerezza indicibile il “Pianto di Maria”, di 44 stanze: “Figlio dell’alma mia, mio figlio amato, luce degli occhi miei, unico a-more, ahimé! morto ti vedo, e già spirato…”, un foglio alquanto scolorito ce lo rammenta ancora.
Per quelle vie risuonavano mesti o lieti motivi di canzoncine nostre, ricche di poesia, risalenti ad anni lontanissimi e riferite al culto, che zelanti sacerdoti, susseguitisi in oltre mezzo secolo di fervida presenza nella nostra parrocchia, hanno cercato di recuperare e tramanda-re a generazioni diverse: Arcangelo Lanzillotta di Fuscaldo, Raffaele Pugliese di Cellara, Peppino Andrieri di San Giovanni in Fiore, per fare qualche nome, impossibile citarli tutti. Ad unirli era l’antico culto, la devozione della Ma-donna raffigurata là dentro la Congrega attigua con la stella in mano, la preghiera che scandiva i momenti più importanti della loro giornata.
Penso, con una sottile vena di malinco-nia, al parroco don Saverio Mussari, di Marzi, al quale servivo messa (allora c’era il latino e pane e vino da messa dovevano essere di qualità), e che ricco non fu, visse più che modestamente in una vecchia casa dall’atmosfera unica: chi lo ricorda sa del suo modo di essere e di fare sufficiente a svelarne la personalità, del suo curioso rapporto con i gatti in giro un po’ ovunque o visti sonnecchiosi sul tavolo del pranzo ai quali sbriciolava pane e biscotti, del suo cronico bisogno di fumare sigari di pura marca (mezzi toscani) che – ricordo – correvo a comperare al tabacchino della piazza e che avevano perfino annerito i muri più di quanto il tempo non avesse fatto. Indossava la sola, ma sempre linda, zimarra con sopra il mantello a ruota di panno pesante e quasi sempre copriva la bianca testa con la “berretta” nera a tre canti per proteggersi dal freddo, usata durante le processioni festose e quando cantava l’ufficio dei morti. Conosce-va bene le vite dei santi presi a modello nei solenni panegirici tenuti dal pulpito, e sapeva come pochi il latino, che insegnava privatamente. Col passare degli anni, s’era lasciato andare: diradava le messe e non usciva di casa se non quando doveva celebrare le funzioni religiose o portare l’olio santo e il santo Viatico ai fedeli in agonia, prima del trapasso. Vestito dei paramenti sacri, seppur vecchio, piegava le ginocchia dinnanzi al Sacramento esposto sull’altare nell’ora del vespero per la benedizione, mentre le donne piamente cantavano: “Sull’altare con affetto, sta esposto il mio diletto, notte e dì sempre serrato, Gesù mio sacramentato”, cosi come nel-la festa del Corpus Domini, poggiate le coperte buone sui davanzali andavano, tra getto continuo di fiori, insieme cantando: “Venga il mondo tutto quanto, a formar guardia d’onor, che nell’Ostia sotto il manto, sta il divino Redentor…”.
Avvolto nel lungo piviale nero, don Saverio, accompagnava i morti al campo-santo lungo la stradina sterrata, che aspergeva con acqua benedetta, per nulla toccato dal già visto ripetersi di gemiti e pianti di donne vestite a lutto che, sciolti i capelli tirati dietro la nuca, si battevano il petto, mentre suonavano sommesse le campane a morto. Puntualmente ogni 8 di maggio innalzava la ardente Supplica alla Madonna di Pompei nella chiesetta di San Sebastiano che aveva in custodia tal Alfonso Greco, uomo pio, imploranti le donne, e tutte devotamente cantando: “Salve del ciel Regina, madre pietosa a noi, proteggi i figli tuoi, o Madre di pietà. Pietà dell’al-me nostre, dolcezza di chi t’a-ma, speranza di chi brama, la bella eternità…”.
Quando il prete morì ero ormai grandicello. Altro sacerdote, giovane e bravo, prese il suo posto. Stava per arrivare da Cosenza il nuovo parroco, don Teofanio Pedretti, in un clima di fervore e di grande attesa. Era il 1968, certe date non di dimenticano dal momento che fui proprio io, uno dei pochi giovani assiduo alla messa, a intrattenere per primo il nuovo arrivato, allora segretario fedelissimo del ve-scovo lucano Picchinenna. Era davvero bravo.
A ogni ritorno di primavera, io penso davvero con dolce commozione a quel gruppo di donne religiosissime, che avevano ricamato per l’altare tovaglie di prezioso lino e fatto voti davanti alle vistose statue portate sulle spalle da uomini forti e sicuri, presenti sempre nella nostra chiesa un tempo parata a festa, dai ceri accesi e odorosa d’incenso fumoso, che per me tale rimane, tra le cose più care, nonostante i malfatti restauri e i volenterosi ammodernamenti, che rompono un poco la tonalità sacra e vetusta del luogo.
Sembra di risentire fin nel fondo dell’anima quelle voci, inconfondibili, che a Cellara ormai pochi ricordano, estinte o quasi le generazioni che le avevano viste cantare. Così come vivono solo nei ricordi degli anziani alcune feste parrocchiali di maggior culto cadute in oblìo, come quella di San Pietro il 29 giugno ridotta a ciò che piace o non piace al sacerdote di turno, o a qualche gruppo, facendo del gusto soggettivo la sola “rubrica” da seguire. Non è liturgica-mente pensabile che in quella celebrazione in onore dell’apostolo Pietro, titolare della chiesa, si sposti l’attenzione della comunità riunita sul ricordo di sin-gole persone, infrangendo la tradizione, cosa insolita e inopportuna se si considera la particolarità di un rito che il calendario liturgico segna tra i più impor-tanti della chiesa universale. “Tu es Petrus…” (Tu sei Pietro) intona il coro delle voci virili della Pontificia Cappella Sistina nella solennità dei Santi Pietro e Paolo, gli apostoli più famosi della cristianità, dai quali tutto ha avuto origine. E se il presente appartiene al passato, come non ricordare quando, in anni di fervida presenza, al Romano Pontefice, successore di Pietro, le nostre donne s’univano in canto: “Sempre col Papa, fino alla morte, che bella sorte, sarà me…”.
Forse anche in conseguenza del calo d’interesse e d’impegno celebrativo e pastorale, sono cresciute le feste laiche nelle strade e nelle piazze, quelle dell’Unità, dell’Amicizia, dello Sport, che hanno tolto alla parrocchia il monopolio degli assembramenti popolari. Avanza una nuova cultura tendente a offuscare il sacro, pronta a divulgare abusi e scelte autonome da parte di vescovi e sacerdoti, spesso ahimé! non rispettosa di quanti promuovono lo studio e la conoscenza della nostra vita passata, e so-no impegnati nel recupero di genuine tradizioni.
Che resta allora se non frugare nel passato prima che il tempo potesse annebbiare o confondere i ricordi purissimi, le nitide immagini, quei teneri momenti di preghiera dentro la chiesa che mi vide fanciullo, oggi nuova, direi trasformata, degli inni cessati, degli incensi svaniti, delle preghiere smorzate. E forse di questo, discorreremo altra volta.

A cura di Giacomo Cesario

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