‘Ndranghetisti e “Don Abbondio” vari: c’eravamo tanto amati

L’intreccio blasfemo tra ‘ndrangheta, preti e fedeli, nella nostra terra è finito finalmente, per pura tendenza, sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Di colpo la Cala-bria è terra di processioni, riti e donazioni che di cristia-no hanno ben poco, ma tanto di mafioso. [Ma andiamo con ordine].
Papa Francesco scomunica i mafiosi. Cosa mai fatta pri-ma. Perché sì, è vero, anche Benedetto XVI e Giovanni Paolo II non erano stati morbidi con loro, ma la scomuni-ca no, a quella non erano arrivati. E dunque, il grido è di quelli forti, il capo della Romana Chiesa, davanti a mi-gliaia di fedeli in terra di Calabria (il 21 giugno), non ci gira intor-no: chi adora il denaro, chi gene-ra il male e affonda il bene co-mune, è fuori. Non si parla più di pentimento, come ultima occa-sione, abbandonata alla coscien-za di sanguinari e cravattari “fedeli”. Se vorranno pentirsi, fatti loro, si vedrà. Ma il pas-sato non si cancella. E non è questione di perdono, è questione di giustizia, terrena e insieme divina. E così sia.
Sarà un caso ma poco dopo, nelle carceri, quelle zeppe di ‘ndranghetisti e loro associati, le messe si svuotano. Cosa ci vanno a fare d’altronde se nessuno li capisce più, spiegano loro.
Poi scopriamo, o meglio qualche distratto scopre, che anche il Papa arriva fino a un certo punto e non oltre. E così ad Oppido Mamertina, nel reggino, una processio-ne diventa il momento in cui mostrare a tutti chi coman-da, chi è il “vero” salvatore. Mica quello che sapete tutti! No. È un boss, ai domiciliari per via delle cattive condizioni di sa-lute. Ebbene a lui si inchini an-che la Madonna, la statua s’in-tende. E così sia. Si dirà che non è come sembra e sua figlia dirà che suo padre è persona per-bene, “messa in cro-ce come il Signore”. Appunto. In un con-tinuo mescolarsi del sacro e del profano. La mafia (la ‘ndrangheta) e la fede, ancora insieme. Ma su, ma quale sorpresa! Anche queste sono facce della nostra terra che conosciamo be-ne e che sempre abbiamo nascosto, persino a noi stessi, perché così era e così doveva es-sere.
E allora si corre ai ripari: via le processioni, via persino il padrino di battesimo, figura o-norevole, prestata alla ritualità di associazio-ni criminali che marchiano vite nuove, nel segno della continuità. E così sia. [Magari, se posso suggerire, si inizino a tracciare o rifiu-tare anche le donazioni in denaro, non gua-sterebbe]. Si riuniscono persino i vescovi del-
la regione, per dire che, in sostanza, la ‘ndrangheta, co-me la mafia, è una “montagna di merda”. Peppino Impa-stato, per dirne uno, lo urlò decine e decine di anni fa. Insomma: chi va piano arriva sano e lontano.don abbondio
E poco importa se c’è qualcuno che queste cose, anche dalle nostre parti, le aveva raccontate e combattute da tempo. Dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria – soubrette dell’antimafia (per sua stessa definizione), ai preti caduti anni fa, per quell’ideale di giustizia e per la fede, un po’ e un po’. Fino ai sacerdoti fondatori di orga-nizzazioni antimafiose. Non era il loro tempo, si conver-rà, e non erano mica il Papa, loro.
E quindi? “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasfor-ma”, dice la fisica. Una nuova Chiesa, slegata dalle abitu-dini accomodanti e convenienti verso il potere mafioso, non si crea, e quella di oggi non si distrugge. Si trasfor-merà, forse. Partendo per e-sempio dalla rivalutazione del senso del perdono. E dal-la comunione ineludibile tra la giustizia terrena e quella divina. . Perché il Signore perdona, e perdonerà anche i mafiosi, magari. Ma non per questo preti e parrocchiani devono prestargli accoglienza e riverenza. No. La Chiesa offra ri-fugio e vicinanza alle vittime, agli oppressi, ai ricattati. Ché ai mafiosi ci penserà qualcun altro, quello giusto. A suo tempo. .
E così sia?

Cristian Mauro

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