Premio nobel alle Cellule

Dal motivo per cui questo riconoscimento sia così significativo, soprattutto in ambito medico, fino all’ultima assegnazione.

Sono sei i premi Nobel che vengono assegnati ogni anno, a Stoccolma, a persone o istituti di tutto il mondo che hanno apportato benefici, grazie al proprio impegno, alle scienze, alla cultura e alla pace. Il premio Nobel fu istituito a seguito delle ultime volontà di Alfred Nobel, inventore della dinamite, e fu assegnato, per la prima volta, nel 1901. Inizialmente vennero assegnati i Nobel per la pace, la medicina, la chimica, la fisica e la letteratura; nel 1969 fu aggiunto il premio Nobel per l’economia. Questo premio consiste in una somma di denaro corrispondente a 8 milioni di corone (circa 900 mila euro) ed è finanziato grazie agli interessi maturati sul capitale donato da Alfred Nobel. Il premio Nobel per la Medicina è assegnato dal Karolinska Institutet, una delle più importanti università mediche al mondo. Il primo riconoscimento in questa categoria fu attribuito a Emil Adolf von Behring per il suo lavoro sulla sieroterapia e la sua applicazione contro la difterite. Dal 1901 ad oggi, sono stati assegnati 111 premi Nobel, molti di questi furono conferiti per rivoluzionarie scoperte in campo medico che hanno cambiato, o addirittura trasformato, la vita. Basti pensare a Frederick Grant Banting e al suo collega John James Richard Macleod che, nel 1923, vinsero il premio Nobel per la scoperta dell’insulina, o, ancora, a Karl Landsteiner che scoprì i gruppi sanguigni umani, oppure ad Alexander Fleming che, nel 1943, ebbe il premio Nobel per aver scoperto la penicillina e il suo effetto nel curare diverse malattie infettive. Allo stesso modo fu premiato Selman Abraham Waksman, per aver scoperto la streptomicina, cioè il primo antibiotico in grado di curare la tubercolosi. Tra i vincitori del Nobel per la medicina non mancano italiani come Camillo Golgi, il primo in assoluto a ricevere un Nobel, nel 1906, per i suoi studi sulla struttura del sistema nervoso, fino a Rita Levi-Montalcini per la sua scoperta dei fattori di crescita cellulare.
Quest’anno, il premio Nobel per la medicina è stato conferito al biologo giapponese Yoshinori Ohsumi per le sue scoperte sui meccanismi di autofagia. Yoshinori Ōsumi è nato a Fukuoka, nell’isola di Kyushu in Giappone, il 9 febbraio del 1945, ha svolto gli studi di biologia molecolare (all’epoca un campo poco conosciuto a cui non si dedicava la giusta importanza) all’università di Tokyo ed attualmente dirige l’Unità di biologia cellulare all’Institute of Innovative Research del Tokyo Institute of Technology. Dopo lunghi anni di ricerca, iniziata nel 1988, è stato in grado, solo oggi, di dimostrare la presenza del meccanismo di autofagia nelle cellule umane. Iniziò la ricerca dimostrando come, il processo di autofagia fosse presente nelle cellule di lievito; in seguito poté isolare i geni responsabili di tale processo (chiamati, geni ATG), dimostrando che l’autofagia è regolata da una serie di proteine che si attivano con un processo detto “a cascata”. Dopo l’identificazione del meccanismo dell’autofagia nei lieviti, Ōsumi cercò di dimostrare la presenza di geni simili a quelli ATG anche negli esseri umani, le cui cellule sono interessate al processo di autofagia. Questa, per chiarire, è il processo con cui una cellula degrada una parte di se stessa per riciclarne i componenti, ovvero per “autopulirsi”. Il fenomeno era già noto negli anni sessanta, quando gli scienziati osservarono che, in particolari circostanze, le cellule avvolgono alcuni dei propri elementi, per esempio le proteine, dentro delle vescicole che sono poi trasportate all’interno dei lisosomi, dove vengono degradate. In molti si chiederanno per quale ragione questa scoperta sia stata degna del premio Nobel, soprattutto se paragonata alla scoperta della penicillina o alla cura della TBC. A cosa serve, di fatto, l’autofagia? Essa svolge molteplici ruoli, tutti importantissimi, non solo per la vita delle cellule, ma anche per il corretto funzionamento dell’organo che formano e, di conseguenza, per il benessere dell’individuo. L’autofagia può fornire combustibile alla cellula in caso di improvviso bisogno, oppure materiale necessario a rinnovare componenti cellulari invecchiati o malati, ed è quindi essenziale per la risposta alla fame e a vari tipi di stress. Inoltre, permette di eliminare le proteine e gli organuli danneggiati, svolgendo così un ruolo fondamentale nell’arginare le conseguenze negative dell’invecchiamento. I meccanismi dell’autofagia sono usati anche per eliminare, dopo una possibile infezione, i batteri e i virus che sono riusciti a penetrare nella cellula. Infine, ma non per questo meno importante, è stato dimostrato il suo coinvolgimento nello sviluppo embrionale, nella differenziazione cellulare e nella selezione clonale che è alla base dello sviluppo del sistema immunitario. Qualora dovessero presentarsi delle anomalie nel funzionamento dell’autofagia, possono insorgere diverse malattie come la malattia di Fabry (anomalia del metabolismo degli sfingolipidi), quella del diabete di tipo 2, e altri disturbi legati all’età, oppure può causare la formazione di varie forme di tumore. È stato dimostrato, inoltre, che l’autofagia avviene anche nei neuroni e che quindi un suo eventuale malfunzionamento, sarebbe correlato all’insorgenza di alcune malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer o il morbo di Parkinson. Il premio Nobel riconosce l’importanza di questa ricerca al pari di altre significative ed importanti scoperte in campo medico e biologico; tutte hanno migliorato la qualità della vita degli esseri umani, a volte, partendo proprio da una singola cellula.

A cura di Giulia Venneri

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