Un vecchio parroco

Quasi con insistenza, mi ritornano in mente alcuni fatti, piccole cronache di vita quotidiana, che da più tempo desideravo esternare, perché i ricordi aiutano a vivere… 

La misera, triste, cronaca trasmessa qualche mese fa, ed è solo l’ultima, che riferisce della doppia vita di un parroco, non ricordo di quale paese, esempio di fede per i suoi parrocchiani, che si è invece scoperto fuori dalla sua parrocchia, un vero e proprio sfruttatore di donne, mi ha definitivamente spinto ad esternarne i miei ricordi di un vecchio parroco di Figline Vegliaturo che ha guidato la mia fanciullezza e la giovinezza dei ragazzi degli anni quaranta e forse anche prima. Anni nei quali, è bene ricordare, non si viveva facilmente, per povertà, miseria, malattie, paura della guerra, e problemi aggiunti dal dopo guerra. Ma questa è un’altra storia. Il parroco in questione si chiama don Peppino Andreoli. Veniva da Acquappesa, paese dove era nato e dove risiedeva la sua famiglia. Personalmente lo ricordo sempre nella casa canoni- ca, donata alla chiesa da donna Dora e don Pietro Pagliaro. Don Peppino abitava lì con le sorelle, donna Angelina e donna Edvige. Sempre attento alle necessità della parrocchia e dei suoi parrocchiani. La chiesa era sempre curata, grazie anche alla cara Angelina, la sacrestana brontolona, che provvedeva a pulire e sistemare gli arredi mentre don Peppino curava con attenzione il comportamento che i parrocchiani dovevano te- nere durante le funzioni religiose, senza per altro trascurare il decoro degli edifici di culto. Si adoperò infatti, grazie alla presenza di un ottimo intagliatore figlinese, Amedeo Gualtieri, di far ornare la statua di San Giovanni Battista, protettore di Figline Vegliaturo, posta sull’altare maggiore dell’omonima chiesa, con una cornice lignea. Senza tante firme e controfir- me, autorizzazioni, inutili scartoffie e diavolerie varie che servono solo a sviare il sereno percorso dei lavori e che, come è avvenuto successivamente, hanno distrutto per ingordigia e soprattutto per ignoranza, un passato legato al cammino della Chiesa locale. Non minor cura dedicò alla chiesa di Santa Liberata, restaurata grazie all’opera di “mastru” Pasquale Berlingieri di Donnici, ottimo restauratore-stuccatore, chiesa dove si svolgeva e ancor si svolge, nel mese di settembre, un seguitissimo novenario. Per amor di cronaca ricordo che dei vecchi novenari tenuti abitualmente da frati cappuccini venuti da Assisi, resta alla comunità il canto dedicato alla santa e scritto da fra’ Nazareno. Ma era alle persone, ai giovani soprattutto, che questo parroco di campagna, dedicava le sue cure maggiori.
Importante la presenza di tre suore: suor Paola, suor Valeriana, suor Sinibalda, da lui espressamente volute per l’educazione dei bambini, dei ragazzi ma anche delle signorinelle che si re- cavano da esse per imparare lavori tipicamente femminili: ricamo, lavori ai ferri o a maglia, come si diceva allora, ma anche, pensate un po’, a “fare la calza” (donde l’espressione di- spregiativa usata verso le donne: “va’ fa u quazettu”). Per i giovanotti c’era l’Azione Cattolica, frequentatissima, guidata personalmente da don Peppino. La cosa più “tragica” per me è che aveva ideato, nel giardino dietro la canonica, là dove le sorelle coltivavano e curavano i fiori che servivano per ornare l’altare, una sorta di aula con tanti tavolini, dove, “costretti” dai nostri genitori, dovevamo restare tutto il santo giorno a “studiare”. Durante gli anni di guerra, quando recarsi a Cosenza per seguire regolari percorsi scolastici era impossibile o quanto meno pericoloso, don Peppino, con la sua scuola, riuscì a guidare e istruire tanti giovani, dando così a noi tutti la possibilità di non allontanarci dagli studi. La notizia di questa iniziativa volò nei Paesi vicini e tanti giovani si unirono ai figlinesi. A tutti noi insegnava con affetto il “verbo” ma come voleva la “buona scuola” di allora a “suon di nerbo”. Proverbiali erano le sue bacchettate di cui in famiglia non ci si pote- va lamentare perché un coro di mamme lo incitava con “mina, mina!”. Tanti i giovani, miei compagni, da ricordare: un elenco troppo lungo e noioso per il lettore. Ma c’è altro da sottolineare, molto più importante del sapere che voleva trasmetterci. Ed è la Caritas che questo piccolo “curato di campagna” aveva verso le miserie e i dolori dei suoi parrocchiani. Le tribolazioni delle famiglie lo coinvolgevano e lo vedevano impegnato silenziosamente in prima persona. Con la dovuta discrezione si esponeva a tentare di risolvere situazioni, per l’epoca ritenute scabrose, la sua Caritas inoltre lo vedeva accanto ai moribondi a pregare con loro, a sostenerli nel difficile momento del trapasso, con le certezze della fede, a confortare e a rincuorare con le sue parole i familiari angosciati. Nel 1949 fu trasferito a San Lucido. Figline sentì molto la sua mancanza… ma siamo un paese di emigranti, abituati ai distacchi!

A cura di Anna Crocco

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...