Inno alla Calabria

Sull’arte poetica di Agata Cesario

I filosofi medievali, nella loro tendenza a formalizzare ogni entità astratta, non
avrebbero perso l’occasione – io credo – di definire con il termine “paesanità”,
quel cordone ombelicale che lega ognuno di noi al proprio paese natale e che
tutta la vita non riuscirà a recidere; un cordone che ci trasmette il primo patrimonio
di valori e di potenzialità che rimarranno per sempre stampati nelle nostre strutture
essenziali, nel nostro processo esistenziale. È un discorso che, pur valendo per tutti,
diventa assolutamente caratteristico quando si prende ad analizzare l’opera di
un’artista di razza.
È nel paesaggio nativo che gli occhi, schiudendosi, mirarono le prime visioni e su di esso la giovane fantasia, il giro del pensiero, le ispirazioni magiche, le modalità espressive iniziarono a ricamare i loro primi voli. Ogni nuova acquisizione reca chiaro l’originario sigillo del “natio loco”. Come una simbiosi, un nesso dolce misterioso. Sto riflettendo – anche se il discorso sembra prender le mosse da lontano – sull’arte poetica quale si esprime nelle liriche “Spazi Infioriti” della giovane scrittrice Agata Cesario, la quale, non seguace di maestri e di scuole, sboccia e cresce – per simbiosi, appunto – da un preciso ambiente naturale: le aspre e dolci, le aritmiche e melodiose, bellezze della stupenda Calabria. Splende, negli occhi di Agata Cesario, un modo privilegiato di guardare la natura che la circonda. È lo sguardo dell’artista. È una antenna invisibile, che le consente di restare sulla lunghezza d’onda di un’armonia che tutt’attorno risuona: gli acuti dei monti lontani digradanti con soavità verso la melodia delle colline dolcissime sottese dallo scroscio delle vallate dove i corsi d’acqua, danzando, vanno a fondersi con il musicale respiro della riviera. Ella capta, assorbe, rigenera nel crogiuolo della sua fantasia creatrice, finché l’attimo dell’ispirazione folgorante non la costringe, soffrendo e godendo, a produrre inedite immagini di bellezza. Con le mani che tremano, con frenetica tenerezza, con dolorosa passione, ma con gioia fino all’estasi. Ci pare difficile che Agata Cesario, come poetessa, possa essere immaginata al di fuori del “classico” contesto della sua nobilissima regione. La sua poesia si leva in volo su quegli
“interminabili piani e spazi incontaminati”. L’anima si riempie di una “pace” immensa: “l’ultimo sole – dell’estrema radura –; i greggi che riposano stanchi, – lo stormo di corvi – avidi sui resti – del recente raccolto -. Le luci nascono dalle acque – assorbono gli echi – di tumulti lontani –, di ansie frenate, – d’inutili slanci.” È la Calabria, ove ogni frammento di paesaggio si veste di sacralità antica. E a questa terra l’artista, come una figlia alla madre, canta il suo madrigale: “smetti, madre, quel vestito a lutto… Madre, suona la tromba, – chiama a raccolta la schiera… Tu, madre, terra arcano bagliore – tra le
cose di civiltà smarrite”.
*******
Mentre chiudo questo volumetto di Liriche, mi vien fatto di riflettere sui valori di cui “la provincia italiana” è tuttora carica, di contro alla tendenza di appiattimento che, ahimè, va maturando sotto l’alienante prosopopea delle metropoli.

P. Antonio Lisandrini, 1982
Padre spirituale della Lazio

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