“A Ciambra”

La comunità rom di Gioia Tauro vista attraverso gli occhi di Jonas Carpignano

“A Ciambra”, il secondo capolavoro di Jonas Carpignano regista italo-americano rappresenta il ritratto della comunità rom di Gioia Tauro, piccolo paese calabrese.
L’opera seconda di Jonas Carpignano (già apparso sul grande schermo con “Mediterranea”, pellicola che racconta il dramma delle vittime del mar Mediterraneo, rimasto inspiegabilmente senza produttore in Italia) già presentata al Festival di Cannes e candidata all’Oscar come film italiano, racconta uno spaccato di vita reale ambientata nella piana di Gioia Tauro, la vita di una grande famiglia rom all’interno della quale l’illegalità diventa la normalità.
“A Ciambra”, un film convincente e maturo, ha inizio con una panoramica sulla piana e lentamente sulla scena avanza la figura di un uomo di spalle, che va incontro a un cavallo grigio. La pellicola alterna immagini di una natura silenzio-sa in una terra bella quanto maledetta, a sud della Calabria, racconta la vita quotidiana degli abitanti della Ciambra, il cui unico scopo della giornata è delinquere per recuperare il necessario sostentamento.
Da spettatore di “A Ciambra” si ha la sensazione che le immagini proiettate sul grande schermo corrispondano al vero, che poi in realtà la vita dei rom è nota alle cronache, un po’ meno noto – ed è questo il messaggio da sottolineare – è che spesso delinquono con il consenso dei “bianchi-italiani”, la delinquenza sinti così si amalgama con la criminalità organizzata locale.
Non sbaglia il produttore Martin Scorze-se ad affermare che durante la vi-sione di “A Ciambra” si avverte la sensazione di vivere con i personaggi.
Con sorprendente maestria Jonas Carpignano introduce lo spettatore in una realtà anomala quanto commovente. Regolarmente nella Ciambra è attesa la polizia, il cui arrivo è annunciato da urla in lingua rom finalizzate a eludere i controlli.
Ma non sempre tutto va per il verso giusto. Infatti, protagonista è il giovane quattordicenne Pio, che a seguito dell’arresto del fratello è costretto a crescere in fretta assumendo la “guida” della famiglia e tra un furto e un altro gioca a fare l’adulto, commette furti per poi rivendere i proventi presso la comunità senegalese di Rosarno.
È lui che dovrà da quel momento delinquere per occuparsi delle problematiche economiche della grande famiglia di appartenenza, il padre è anch’esso in carcere e il nonno è ormai anziano e stanco.
E’ in questa vita connotata da furti di auto, furti in treno lungo la tratta ferro-viaria di Gioia Tauro, che Pio incontra un giovane senegalese della vicina comunità di Rosarno, tramite il quale Pio diventa un ponte tra i rom di Gioia Tauro e i senegalesi di Rosarno, solitamente ai margini e ignorati.
La pellicola di Carpignano non mira a lanciare un particolare messaggio, ma ambisce a raccontare uno spaccato di vita reale dove la non-legge è quella del-la strada, a comandare è l’arroganza della delinquenza, che non ha sentimenti e non conosce rispetto, nemmeno quello per l’amicizia.
Se si va oltre è facile scorgere come emerga una indiscussa verità. Spesso al-cune etnie rom sono solo uno strumento, un veicolo di quella ndrangheta bianca che regna indiscussa in Calabria e nell’Italia tutta.

A cura di Viviana Rosito

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